Non fiori ma opere di bene

Un paese di manager

Posted in Per consegnare una goccia di splendore by diegozun on 11 gennaio 2011

Mi sta antipatica la pornografia, non quella di tette e culi, o -come suggerisce la porno-vending dell’autolavaggio di Savona- “anche piedi e gambe”, ma quella che ogni giorno ci è somministrata sui giornali cartacei e televisivi: il ragazzo che è mancato, le interviste ai super testimoni, le retrospettive dei fatti di cronaca nera, la tetrapilectomia dello stato politico attuale. Grande sperpero di inchiostro ed energie per saziare un’ingordigia perversa, una morbosità degna del più sordido Pascoli.

Mirafiori

L'immagine simbolo del referendum

Oggi è stata appena eletta la foto simbolo del referendum di Mirafiori, episodio chiave delle relazioni industriali: l’ex operaio che piange assistendo alle liti sulla vittoria del sì o del no. Era bello vedere i fotografi all’opera a guisa di avvoltoi sullo sfondo. Le lacrime, riportate sulle principali testate italiane, sono vere, sono le lacrime di un uomo che assiste all’agonia della classe operaia o forse già al suo funerale.

Il mio pensiero su un’eventuale outsourcing della manifattura nel settore automobilistico va a queste persone -coprotagoniste nel XX secolo della più grande crescita economica mai registrata nella storia- e ora, incancrenite dall’appiattimento sociale, dall’omologazione che pionieristicamente Pasolini intravide decenni or sono, sono costrette a una guerra intestina,  esposte al ludibrio di episodi sì disdicevoli ma forse troppo generalizzanti.

Non entrando nella questione ma limitandomi -superficialmente, da ottimo radical-chic- ad osservare questa bruttura mi domando cosa verrà dopo l’ipotetica deindustrializzazione del nostro Paese. Banalmente penso alla scarseggiante dotazione di capitale umano –quorum ipse, condannato a fare da ciotola a Cinesi e Indiani-, penso alle moltitudini di persone che votando a destra inseguono il sogno facile del capitalismo all’Italiana: soldi altrui per finanziarsi, poca propensione al rischio, alta attitudine alla dirigenza.

Temo l’evoluzione della pittoresca caratteristica del popolo Italiano: da 56 milioni di commissari tecnici a 56 milioni di manager. Certo: house manager, planning manager, control manager, food manager, pizza manager, bar manager, coffee manager, outlet manager, e chi più ne ha più ne metta.

Temo l’ambizione a dirigere il nulla, il rispetto di plastica che una posizione pseudo dirigenziale potrebbe comportare, l’autoreferenzialità che oltrepassa le competenze, la scrivania con un pc da cui connettersi a Facebook e scrivere di fare qualcosa di importante.

Ho il terrore di essere subissato da leasing, carte di credito, avversione al risparmio, feticismo del consumo, ostentazione del nulla.

Ho il terrore dell’individualismo spinto, incauto della solidarietà e del sociale, la cui piramide dei bisogni è rovesciata, interessato solamente nel suscitare ammirazione, invidia, adorazione: un assordante chiacchiericcio che maschera un vuoto pneumatico.

Sarò ipocrita, è vero. Ma io l’operaio vorrei vederlo tornare a sorridere, perché dopotutto, oltre i Rolex, le Audi, le vacanze à la Vanzina, i manager sono così tristi e soli, ma quando piangono loro non hanno i fotografi alle spalle.

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