La Mia Risposta ai Compagni Anarchici del Fai et cetera…
Cari Compagni Anarchici del Fai,
sono uno studente del terzo anno dell’università cui avete simbolicamente attentato, è stato con estremo rammarico che ho appreso la notizia e, ancora più dolorosamente ho letto la Vostra rivendicazione.
È appunto di questa che voglio parlare: stando a quanto rivendicato avete scelto la Bocconi quale luogo di formazione dei nuovi apparati del capitale, mi pare questo un movente assai povero per due motivi:
Tra i nostri banchi non si impara fortunatamente a fare fruttare in maniera cieca e miope il capitale, invero vi sono anche discipline di approfondito studio dell’economia come “scienza”, di certo per produrre ricchezza, ma pure per come redistribuirla a tutta la popolazione, tenendo conto di certo delle sue diversità. A quale altra disciplina rivolgersi?
Attentare all’istituzione come sede dei figli dei padroni, dei potenti è ancora molto erroneo: fortunatamente esiste un sistema di borse di studio che permette anche a figli di sfruttati, di operai, di migranti di potere accedere se meritevoli ai suoi corsi.
Il vostro gesto non farà altro che far regredire ed estremizzare i timori di molti studenti e delle loro famiglie, creando un clima di intolleranza e terrore che chiederà e otterrà forse come risultato un’università Bunker, con tornelli, telecamere e agenti di sicurezza ovunque: dove non sarebbe più preservato lo status di luogo pubblico, dove nessuno potrebbe volendo più acquisire conoscenza e cultura senza il tesserino che attesta la corresponsione di una retta, peraltro cospicua.
Qualora dovesse essere così forse sarete riusciti a creare ex post ciò contro cui volevate attentare: un luogo oscuro, intollerante e gretto che teme le diversità, che ad oggi possono essere ritenute il vero “sovrappiù” dell’università di cui faccio parte.
In questo modo per concludere si stupra la memoria di Roberto Franceschi, bocconiano membro del Movimento Studentesco ucciso dalla polizia durante gli scontri del 2 gennaio 1973 per il quale la cultura e lo studio dovevano essere complementari e sarebbe stato proprio il sapere ad aiutare gli “sfruttati” che pretenziosamente cercate di difendere.
Non è con gli istinti animali e belligeranti che si aiutano gli ultimi, ma di certo un gesto concreto nella vita quotidiana non vi avrebbe dato la celebrità di un pacco bomba in Bocconi, e allora siete Voi “servi e apparati” del sistema videocratico.
Diego Zunino
Tutto il viola ch’è contro: il no B Day e il berlusconismo
“siamo 350 mila… siamo più di un milione!” per quei “pagliacci” della questura sono in 90 000. Fatto sta che Roma si è riempita di una moltitudine di manifestanti accomunati dall’odio verso il Sultano. Qualcuno ha persino detto che la piazza non era “contro” ma “per” un ipotetico futuro migliore e un paese democrat…etc etc.
La contestazione è stata fatta affiancando un popolo autoreferenziale quale quello di internet a realtà politiche così disomogenee, dall’antiberlusconismo giustizialista di Tonino Di Pietro a partiti appartenenti al passato dell’area comunista in cerca di significare la propria esistenza, assieme a rappresentanze di molte altre associazioni politiche.
E’ stata l’occasione di poter contestare un governo di certo più preoccupato a ristabilire ora equilibri interni strizzando un occhio al centro e contenendo la Lega piuttosto che impegnato nella produzione normativa. E’ stata l’occasione per mettere in piazza tutto il disagio proveniente dal protrarsi della crisi economica ben lungi dall’essere placata. E’ stata l’ennesima possibilità di denunciare l’atteggiamento autoreferenziale persino nella politica del nostro premier e del tentativo di aggirare gli scogli della giustizia (e del giustizialismo) per portare in porto il “fragile vascello” (cit) del Berlusconi IV.
E’ stato scelto il viola, colore dell’Avvento e della Quaresima nell’Anno Liturgico (l’avvento di una nuova stagione politica? la quaresima aspettando la festa della fine del regime?) , ad accomunare questa folla ringhiante rabbia, sdegno e frustrazione per una situazione politica lungi dall’essere desiderabile. Repubblica riporta persino pittoreschi rivenditori di sciarpe per chi volesse essere pendent con il clima di protesta a prezzi coerenti con la crisi (dai quattro ai sette euri).
Ci voleva proprio un colore nuovo, finalmente! Il rosso poco rappresentava i signori giustizialisti dell’Idv che a Bruxelles siedono nei banchi dei Liberali e Democratici dell’ALDE, o i rinnovati Verdi che ben poco ora tollerano l’accostamento a una sinistra radicale preferendo l’essere trasversali.
Per non parlare di chi in piazza non c’era ma è stato applauditissimo, il Presidente Fini, di certo ora come ora uno dei leader del rinnovato antiberlusconismo. Fischiato invece D’Alema e il PD che ha rinunciato a schierarsi anch’esso in piazza, nonostante la presenza di Rosy Bindi e di certo di molti militanti.
Questo però non fa che rafforzare la dicotomia sociale proposta da Berlusconi che vedeva sé stesso contro i “comunisti”, termine che le persone più soggette a questa visione ideologica appioppano a tutto ciò di antiberlusconiano. Ora abbiamo un termine nuovo, più radical chic e politicamente corretto.
Ieri è stato certo un fenomeno di cui tenere conto per l’insofferenza acuita da alcuni media per le condizioni dell’Italia, una ingente e sentita manifestazione di democrazia che ne mette in luce i suoi pregi ma anche i suoi difetti (non a caso l’ordinamento italiano rimette al popolo solamente il referendum abrogativo ovvero la capacità di dire di no). L’errore più grande sarebbe nel volere vedere nel viola una nuova speranza, un punto di partenza politico quando questa rappresenta a mio parere semplicemente un punto di arrivo di un’insofferenza a lungo serpeggiante sulla rete.
Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti
Pochi minuti fa si è concluso un interessante incontro con Gian Antonio Stella presso il mio augusto collegio arcivescovile ove hanno preso parte collegiali ed ex collegiali di due collegi cattolici ben noti per la selezione degli ospiti a trecentosessanta gradi.
Il tema della “cittadinanza attiva” è scivolato presto via toccando certo nervi scoperti per chiunque mio coetaneo ogni tanto pensi all’eredità sul piano previdenziale e più generalmente politico: l’invito a “prendersi le sezioni” l’ho trovato assolutamente meraviglioso. Per non parlare di quanto l’individualismo sia sfociato nell’alienazione dalla vita pubblica per accusare blandamente un “sistema”…
Il dibattito si è bene infuocato discutendo dell’ultima creatura di Stella: “Negri Froci Giudei & Co.”, parto letterario che si è bene protratto nel documentare storicamente certi avvenimenti discriminatori in tutto il mondo da parte di tutti i popoli, tutte le etnie, financo alle città.
Stupisce che ad oggi, 1 dicembre 2009, tra un centinaio e passa di studenti universitari che frequentano luoghi di condivisione di saperi molto aperti e propensi certo all’evoluzione più raffinata del pensiero cui un cittadino può aspirare (lo dico senza retorica con tutta la lucidità possibile), qualcuno legittimi la discriminazione, dallo stadio alla vita quotidiana, senza però volersi macchiare dell’orrenda etichetta di razzista.
“Noi non siamo razzisti, l’Italia non è razzista” quando un minuto prima legittimi che è giusto dare del “negro di merda” o del “culattone infame” fa sorridere se si vuole prendere la questione sul lato ironico, fa incazzare se ti trovi a una conferenza e lo ribadisci dopo avere sentito la giustificazione secondo la quale dare del negro va a offendere la dignità di uomini paragonati per tempo a scimmie, dichiarati palesemente inferiori e ridicolizzati, come animali dello zoo per le capitali europee (qui l’edificante esempio della Venere Ottentota).
La libertà di pensiero come la libertà di insultare maleducatamente qualcuno apostrofandolo con termini dispregiativi per cui qualsiasi persona perbene non può che provare vergogna risalendo al momento in cui i propri progenitori li coniarono.
Mi incazzo a pensare che l’impegno civico sia divenuto un oggetto di scherno, “roba da vecchi”, che essere antirazzista è essere “buonista”. La tentazione di fregarsene di tutto quanto, di coltivare il proprio giardino magari recintandolo di buon modo con tante siepi di spinosa xenofobia è forte, ci fa credere di essere sicuri, tranquilli. Fuori dal mondo cattivo e dal “sistema”
Il titolo che ho dato a questo pezzo è appunto un monito che De Andrè quarant’anni fa rivolgeva alla borghesia e che ora mi sento di autorivolgermelo e autorivolgercelo.
Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti…

No taxation without representation
Era appena trascorso il mio primo giorno di Università da studente del terzo anno, il pretenzioso Euro City -agglomerato di vagoni più o meno riportati alla decenza da almeno trent’anni- diretto a Nizza stava ormai lasciando la Stazione Centrale di Milano.
Vecchi scompartimenti, sedili polverosi: sovraffollatissima (alquanto pretenziosa) prima classe che sfruttava gli ultimi sgoccioli d’estate. È stato in questo ambiente squisitamente naif che ho iniziato a ripensare in un’altra prospettiva alla legge elettorale.
L’elegante signora di mezza età dinanzi a me chiede cordialmente indicazioni per le Cinque Terre, quali coincidenze ed altre amenità simili; dal suo accento ispanico mi rendo conto che è straniera: dell’Uruguay per la precisione, mi racconta di tutto sulla sua vita da quando ha lasciato l’Italia alla volta di Montevideo, al fratello che mai ha voluto sapere più nulla del paese natio fino a un bollettino tragicomico sui morti di influenza A nel suo paesino di 700 anime.
Tra le tante chiacchiere per ammazzare una sgradevole ora di tempo mi è rimasta impressa una cosa che mi ha detto con aria quasi ironica <>.
Ecco, mi è tornata in mente la protesta dei coloni americani: no taxation without representation. Chi ha la doppia cittadinanza e magari in Italia non c’è mai stato, perché deve votare?
A mio parere il voto degli “Italiani all’estero” suona come il volere malinconicamente imitare chi possiede ancora residui di colonie (es. I territori d’Oltremare in Francia) che fanno parte della nazione, evocando invece forse residui di emigranti dei tempi che furono.
La legge che è stata oggi proposta prevede invece di permettere il voto financo alle elezioni comunali ai cittadini extracomunitari immigrati e residenti da più di cinque anni, inoltre citando il Corriere: dà la possibilità agli immigrati di essere eletti consiglieri e di fare parte della giunta con l’esclusione delle cariche di vicesindaco e, ovviamente (?), di sindaco.
La proposta di legge è, altrettanto ovviamente per il buon Calderoli, “un attentato alla democrazia”, mentre per l’(ex) compagno Cicchitto “inaccettabile […] senza che la presidenza del gruppo sia stata interpellata […] senza che rientri negli impegni di governo”.
Ho imparato oggi una memorabile lezione di diritto costituzionale, in Italia:
Immigrati residenti in Italia da cinque o più anni regolarmente attentano alla democrazia se pagando tasse dirette (il lavoro prestato) e indirette (l’IVA), con i figli che parlano un italiano migliore di tanti italiani perché hanno studiato nelle nostre scuole dove hanno pagato ivi le tasse di iscrizione possono volere ardire di scegliersi un consigliere comunale, piuttosto che non votare rimanendo vittima di scelte che li penalizzano magari in quanto ceto socialmente più debole.
I nostri compatrioti che parlano con accento ispanico o americano, non pagano nessuna tassa -e certo, le rimesse non sono più quelle di una volta- ma possono scegliersi ben dodici deputati e sei senatori. (http://it.wikisource.org/wiki/L.cost._23_gennaio_2001,_n._1_-_Modifiche_agli_articoli_56_e_57_della_Costituzione_concernenti_il_numero_di_deputati_e_senatori_in_rappresentanza_degli_italiani_all’estero )
I Parlamentari hanno il divieto di mandato imperativo nei confronti di chi li ha eletti ma non verso chi li ha nominati, o è stato nominato insieme a loro ma meglio.
Suggerisco ai tanti immigrati lesi da chi li accusa, loro, di attentato alla democrazia che in caso di loro inclusione in una lista civica, invece di chiamarla con i soliti nomi propri del civismo si fregino di un suggestivo: “Albissola (o comune interessato) Tea Party” .
Picconate? Sarko lo fece con il Muro! Oggi “Liberation” lo fa con la sua storia.
di Gabriele Marino
Il presidente francese non finisce mai di suscitare con le sue dichiarazioni, in patria ed all’estero, polveroni polemici di dimensioni bibliche. In questi giorni, a suscitare l’indignazione del quotidiano “Liberation” (non certo vicino alle posizioni di Sarko) è stata la storia, raccontata dallo stesso presidente, della sua partecipazione all’”abbattimento” del muro di Berlino. Corredata con tanto di foto, sullo spazio Facebook presidenziale, che lo ritraggono (trentaquattrenne e giovane segretario del Rpr) prendere a picconate il simbolo ultimo del blocco sovietico, la storia è apparsa a tutti più che credibile ma non ai giornalisti di “Liberation” che hanno sollevato un nugolo di obiezioni.Non sarebbe stato possibile prevedere, quando la mattina del 9 novembre Sarkozy partiva dalla Francia alla volta di Berlino, che il muro sarebbe caduto proprio quella sera. Non vi sarebbe stata, durante tutta la giornata, alcuna manifestazione dalla parte ovest del muro. Sempre secondo “Liberation” i berlinesi dell’ovest si sarebbero avvicinati al muro solamente il 10 novembre.
Alla luce delle testimonianze storiche e giornalistiche di chi visse quei momenti le obiezioni mosse dal quotidiano francese al presidente debbono sicuramente essere ascritte alla categoria delle polemiche inutili e pretestuose.
E’ storicamente certo e provato che già dalla giornata dell’8 i media di tutto il mondo annunciavano che qualcosa sarebbe cambiato. Molti giovani (tra questi anche il nostro Senatore Franco Orsi, allora segretario provinciale savonese dei giovani DC) partirono alla volta di Berlino per vivere da vicino un avvenimento che, già si percepiva, avrebbe cambiato la storia. Anche e soprattutto da ovest il muro fu attaccato sin dalle prime ore, quando ancora non vi era certezza sul suo abbattimento “ufficiale” tanto che la polizia della Repubblica Federale fu costretta ad intervenire per evitare che l’azione popolare e spontanea portasse ad incidenti diplomatici o risposte armate delle autorità della DDR.
La storia del presidente Sarkozy, vera o falsa, rimane comunque credibile e non può essere esclusa a priori sulla base delle obiezioni sollevate da “Liberation”.
Un esempio lampante di come non sia male proprio ed esclusivo del nostro paese una stampa incapace di concentrarsi sulla critica costruttiva, politica, consapevole, puntuale; dedita invece allo sciacallaggio mediatico personale, spesse volte del tutto infondato.
Recita il vecchio adagio: mal comune, mezzo gaudio! Se è così, rallegratevi: i nostri cugini d’oltralpe (noti per essere ben più nazionalisti di noi) non godono, in questo campo, di miglior fortuna!
Buon Quattro Novembre a tutti
Ogni anno lo dimentico, infilzato tra un esame e l’altro: quest’anno no, me lo sono ricordato!
Il Quattro Novembre, croce e delizia di una nazione che non sa se poter avere il coraggio di celebrare l’unica vittoria nazionale o ripudiare una vittoria di Pirro, un massacro per qualche lembo di terra che le medaglie interalleate della Vittoria, coniate del bronzo nemico e dotate di un nastrino iridato così simile alle odierne bandiere per la pace, hanno voluto che venisse tramandato alla storia come “grande guerra per la civiltà”. (Suggerisco di guardare peraltro la tracotante tiratura italiana rispetto a quelle degli alleati al sito http://it.wikipedia.org/wiki/Medaglia_interalleata_della_vittoria)
Ora non voglio sbilanciarmi, questo giorno mi ha sempre imbarazzato: celebrare una guerra non è mai positivo, anche se non posso negare di imbarazzarmi quando ignoro i milioni di miei connazionali, che allora miei coetanei marciarono e marcirono per onorare una giovane patria, per la cui età poteva essere forse anche la loro madre.
In questo Quattro Novembre voglio fare un augurio, non invitando a festeggiare una “inutile strage”, ma a riflettere e dedicare un minuto a quanto sangue è stato disperso per creare e preservare questo nostro Paese, questo Paese che, dall’Alpe a Sicilia, tende sempre all’entropia, alla disgregazione verso la stolida sicurezza di un’autonomia, verso la mancanza di solidarietà nei confronti di quei “terroni” che si sono fatti macellare tra una trincea e una Caporetto per difendere quello che era il “suolo natio”, penso anche a quell’immigrato che tra le macerie di una trincea ha saputo comporre “una goccia di splendore” in tutto quel sangue, Giuseppe Ungaretti.
E’ stato ancora a causa di queste stragi che si è iniziato a pensare a una “società delle nazioni”, al tentativo di arginare le possibilità di una guerra, che poi hanno condotto allo straordinario ordinamento, seppur cavilloso burocratico, pletorico, pachidermico, dell’Unione Europea. A chi rivuole l’Europa delle Nazioni auguro di non dovere mai annegare in tutto il sangue versato da quando queste si costituirono.
Ecco, vorrei in questo Quattro Novembre potere guardare non tanto sfilate troglodite di un esercito ingessato ma la sinuosità delle due bandiere che sventolano al di sopra di ogni palazzo pubblico e poterne essere fiero e grato. Per chi, dalle Cinque Giornate di Milano a Capaci passando per Caporetto e Boves, combatte e spesso perde guerre per il bene di una tanto bistrattata patria.
Tutto il resto, dialetto a scuola e bandiere regionali, sono tutte -passate la volgarità- belinate.

Da bambino…

Ricordi del liceo, quando si parlava degli antichi Romani; vi era una peculiarità: l’uomo pubblico doveva essere integerrimo non solo nell’attività politica che conduceva ma pure nella vita privata.
Roma 2009 d.C. : il Presidente della Regione Lazio è costretto all’autosospensione perché ha avuto rapporti con transessuali e, ricattato, è stato costretto prima a pagare poi ad ammettere pubblicamente. Le fosche tinte della vicenda non permettono ad oggi una precisa ricognizione dei fatti. Prima di lui Sircana viene criticatissimo per avere abbordato un viados.
Contestualmente un Presidente del Consiglio è stato perseguitato politicamente per essersi concesso lascivi festini nelle sue residenze private, quando contestualmente si sarebbe potuto fare una piena opposizione a ben altri interventi di indirizzo politico dell’esecutivo.
Un giudice che pronunzia una sentenza contro il suddetto Presidente viene seguito da una telecamera che maldestramente cita come stranezze il fumare le sigarette “quasi uno spot all’incontrario” (solo lui fuma…. Quante stranezze che ci hai somministrato caro Faber…) e portare calzini turchesi e mocassini bianchi.
A Parigi la testa di un ministro della Repubblica Francese, Frèderic Mitterrand, è chiesta dagli ex compagni di partito dello zio per le ambigue confessioni in un’autobiografia e la strenua difesa di Roman Polanski e dei suoi vizi privati ma fuorilegge.
Gli amici di “Azione Riformista” a Savona, avevano proposto una formazione civica di spicco, dove, ispirati al grande Montanelli “le competenze sono riconosciute ed il merito premiato”: si trattava della lista “Il Bordello”. Mai nome più azzeccato in questo periodo: un movimento transpartitico transnazionale transfrontaliero che bene dipinge la situazione politica attuale.
È forse questo il dibattito politico cui ogni giorno un privato cittadino deve essere sottoposto? Il solo metro di giudizio dell’operato pubblico è forse pensare alla figura in oggetto come “padre dei vostri figli?” (cit.)
Non dico che non sia importante la vita privata di un cittadino quando assume una carica pubblica: è una responsabilità enorme la rappresentanza di un ente, pur tuttavia non si può soverchiare il rapporto ponendo la condotta in atti personalissimi quali le frequentazioni sotto le lenzuola come condizione di esistenza di un mandato politico.
Le reazioni sono state differenti nei casi primari: Silvio ha liquidato tutto e tutti, ha proseguito il suo mandato; il buon Marrazzo invece è stato costretto all’imbarazzante autosospensione verso le dimissioni. Purtroppo il minimo comune multiplo di questi affaires sono stati la preventiva negazione di quanto accaduto bollando come menzogne, frottole etc. tutto il materiale a loro carico, per poi trovarsi costretti a negare il negato… affondando nell’imbarazzo dei fatti.
La connivenza risiede inoltre in una classe di media incapace di fare muro contro questi famigerati, abusati, irritanti dossier: l’economia for dummies ci invita a ragionare sul prezzo di un bene non domandato. Questo è zero, al netto dei costi fissi. Dunque mi viene da pensare che se nessuno volesse comprare questi dossier, allora i “produttori” (ovvero i ricattatori, i reporter freelance in odore di soldi facili) dovrebbero uscire dal mercato, non ritenendo più profittevole proseguire in quest’attività dalla dubbia morale.
Non dico in questo modo che l’attività d’informazione sia violata in quanto ben poco mi interessa, e così credo a non pochi altri, di chi vada a letto con chi. Men che meno se ciò non altera in alcun modo gli equilibri di un paese o di un territorio: chi riteneva infatti che fare dieci domande sulle frequentazioni a casa propria del premier fosse un modo di fare opposizione, forse l’unico in grado di arginare la deriva autoritaria si è arreso al tempo, il quale ha fatto passare in secondo piano la vicenda lasciando spazio alle sardoniche battute reperibili in rete, ai giuochi di parole sull’escort e sull’utilizzatore finale: insomma un grande repertorio di cabaret ma non certo opposizione.
Non voglio cedere alla lusinghiera tentazione di un’ipotesi giustizialista che vede ogni rinvio a giudizio conseguire ciecamente le dimissioni dell’inquisito, né voglio affermare che la magistratura governi il paese: pur tuttavia pare opportuno restituire alle indagini un certo grado di riservatezza, “la gente deve sapere che…” no, la gente non deve sapere se chi mi ricatta è in possesso di foto con travestiti o è il mio alter ego travestito in un magistrale fotomontaggio, altrimenti si rischia che più comodamente per un percettore di redditi così alti in tempi di crisi sia più facile cedere al ricatto piuttosto che affidare le indagini alla Giustizia.
Ridiamo danzando allegramente in questa “sardana infernale” (cit.) di veleni, ignari di come danzare in una “corte di nani e ballerine” (grazie infinite al compagno Formica per questo squisito motto) possa svilirci molto, farci sentire leggieri e soavi ma terrorizzati, tremendamente, da una telecamera dietro l’angolo.
Da piccolo temevo di fare politica perché avevo paura delle BR, ora ho paura di un dossier, soprattutto se di “mattino 5”.
Come ha detto Montanelli delle due l’una:
… O lei è il più grande scaltro criminale del paese e l’ha sempre fatta franca, oppure è il più grande perseguitato della Storia d’Italia …
— Eugenio Scalfari a Giulio Andreotti ne “Il Divo” di Paolo Sorrentino (2008)
Una domanda una al coordinamento Pdl a Savona
Purtroppo faccio fatica, per mia ignoranza, a comporre articoli sui grandi temi che si affacciano sul panorama nazionale decido dunque di volgere lo sguardo verso il mio cortile. Non sono capace di formulare dieci domande ma ne vorrei porre una in merito a questa curiosa vicenda:
In data 11 settembre apprendo dal seguente sito http://www.primocanale.it/news.php?id=54731 la nomina a “Coordinatore Provinciale” dell’ Avv. Roberta Gasco. Ora non è che mi competa entrare nel merito di un partito in cui non mi riconosco, ma mi permetto di fare una considerazione di squisito buon senso: L’avvocato Gasco nel maggio 2009, il 18 maggio (http://www.ivg.it/2009/05/18/regione-ludeur-esce-dalla-maggioranza-in-consiglio/), rifiuta di entrare nel Pdl, sostiene, perché intende “mantenere viva l’identità del suo partito”.
C’è da dire che in questi sei mesi l’Udeur è divenuta forte come non mai, soprattutto nel savonese! Un rotondo 0,92% (http://amministrative.interno.it/amministrative/amm090621/P074.htm) che pone l’Udeur al di sopra di forze come i pensionati, i cristiani uniti, i pensionati-bis, la lista civica “per il bene comune” e la lista civica cristiana!!! Però l’identità si è rafforzata molto…
Non è trascurabile tuttavia l’esperienza che l’Avvocato Gasco ha riportato in campagna elettorale europea nel 2004″Le elezioni sono state un successo inaspettato…come voti sono stata la seconda del partito (il quale ha catalogato un succoso 0,3% con 0 eletti, ndr) nel collegio nord ovest!” (peraltro con il centro sinistra) sostiene nel suo sito personale (http://www.robertagasco.it/chisono.php) pur riscontrando un risultato diverso nei dati riportati sui media italiani (http://www.repubblica.it/speciale/2004/elezioni/europee/no.html) dove figura sesta con 1.104 preferenze.
L’anno seguente è però l’anno della svolta: “Ed eccoci al 2005. Mastella riesce ad ottenere per la Liguria un posto nel listino del Presidente Burlando. Ma la persona da inserire doveva essere una donna e della provincia di Savona…
La scelta è ricaduta su di me con lo stupore di tutti (…) Burlando vince le elezioni e nell’aprile 2005 vengo eletta consigliera regionale, la più giovane d’Italia.” (http://www.robertagasco.it/chisono.php)
…
Ritorniamo al 2009, con un mandato regionale agli sgoccioli e un salto carpiato che vedrà il consigliere regionale più giovane d’Italia segretario di un partito e coordinatore di un altro fare per giunta campagna contro il Presidente grazie a cui è riuscita a strappare questo primato lusinghiero. Non conoscendo l’Avv. Gasco non mi resta che farle i migliori auguri per una buona riuscita della campagna elettorale e per tutti i successi nella vita.
Mi rivolgo ora a chi ha compiuto questa scelta, augurandomi che sia se non proprio meritocratica almeno democratica: per nulla togliere al nuovo coordinatore provinciale, ma forse non sarebbe stata “migliore” -non dico a livello di opportunità ma di coerenza ed immagine- una scelta su chi ha creduto nei valori e nelle idee fondanti del primo partito della provincia di Savona?
Cordialità
Diego Zunino
lascia un commento